Valutazione delle competenze genitoriali nei casi di separazione/divorzio

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Valutazione delle competenze genitoriali nei casi di separazione/divorzio2018-06-01T11:08:22+00:00

Valutazione competenze genitoriali in caso di divorzio

Di norma, la coppia che decide di separarsi si rivolge in primo luogo all’avvocato, il quale si auspica sia guidato da un’etica solida e un profondo senso di responsabilità, che nell’ambito del diritto di famiglia, va oltre la consueta logica dell’impostare il lavoro con l’obiettivo di vincere la causa.

Il momento della separazione è spesso contraddistinto da un alto grado di conflitto, che rende le persone coinvolte non sempre disponibili a ragionare lucidamente sul bene dei figli. Spesso la separazione fa emergere il peggio di sé.

Il cliente, che già arriva con un fardello di rabbia, sofferenza e rivendicazioni, in alcun modo va fomentato nei suoi sentimenti di odio e rancore verso l’altro, ma piuttosto aiutato il prima possibile a ragionare lucidamente sui danni che con il suo comportamento cagiona a sé e ai figli.
 
Escludendo i casi di violenza e abuso accertati, in ambito familiare, vincere e perdere devono assumere una connotazione sostanzialmente diversa: quando una delle parti prevale sull’altra a perdere sono solo i bambini coinvolti.

È necessario assumere una prospettiva per la quale si vince quando i genitori comprendono che ad interrompersi è unicamente la relazione come partner, mentre non cesserà mai il loro ruolo di mamma e papà e, di conseguenza, ripristinano una comunicazione e collaborazione finalizzata al bene dei loro figli e a questioni a loro inerenti.

La legge n° 54 dell’8 febbraio 2006, sul cosiddetto “affido condiviso”, che ha modificato profondamente l’art. 155 del codice civile, innovando la normativa riguardante l’affidamento della prole, difende il diritto del minore alla bigenitorialità.

A partire da 2006, quindi, l’affido condiviso diviene la forma prioritaria di affidamento: in caso di separazione i figli saranno affidati, come regola, ad entrambi i genitori e soltanto come eccezione ad uno di essi.

Il principio della bigenitorialità rappresenta il diritto dei figli a mantenere inalterato il rapporto con entrambi i genitori (e ascendenti) anche dopo la loro separazione, garantendo loro che padre e madre continuino a contribuire all’educazione e formazione, così come sancito dall’art.30 della Costituzione, che riconosce ad entrambi i genitori il diritto-dovere di mantenere, istruire ed educare i figli.

Nonostante l’affido sia condiviso, e che cioè la responsabilità genitoriale sia equamente ripartita, spesso i figli vengono domiciliati prevalentemente presso uno dei genitori, mentre l’altro fornisce un contributo economico per il loro mantenimento, i cosiddetti “alimenti”.

L’assegnazione della casa familiare, l’ammontare degli alimenti, la propria adeguatezza genitoriale a discapito di quella dell’altro e l’organizzazione del diritto di visita sono tra i fenomeni che contribuiscono ad alimentare il conflitto tra le parti, rappresentando l’oggetto del contendere.

Quando il conflitto è elevato il giudice può disporre una Consulenza Tecnica di Ufficio (CTU), formulando un quesito ad un esperto, di solito psicologo o psichiatra; le parti a loro volta hanno il diritto di avvalersi ai propri consulenti (Consulenti Tecnici di Parte, CTP).

 

Sebbene la CTU sia imposta, può rivelarsi un’occasione per la coppia genitoriale, poiché mette in moto un processo di riflessione, consapevolezza e comunicazione relativo alle dinamiche in gioco. La CTU, come si evince dall’evoluzione dei quesiti stessi del Giudice, non si limita più ad essere una mera valutazione descrittiva, una fotografia, della situazione, ma acquisisce un valore “restitutivo”. Esamina, cioè, una realtà in divenire. Il consulente infatti non si trova di fronte ad un dato oggettivo, accertabile una volta per tutte, ma interviene su una situazione in evoluzione.
 
Non vi è dubbio che la legge sull’affido condiviso rappresenti un’opportunità per i figli, il punto è, tuttavia, l’applicabilità del principio in relazione alla mentalità, cultura e maturità dei soggetti coinvolti.

Il Consulente Tecnico di Parte (CTP) ha il compito di lavorare sul proprio cliente per avvicinarlo il più possibile alla ratio della legge nell’ottica del prioritario interesse del minore.

 

 

 

“Forse gli adulti vanno anche un po’ istruiti. In tal senso bisognerebbe fare prevenzione, ovvero informarli sugli effetti che certi comportamenti e traumi familiari possono avere sui bambini nelle diverse fasi dello sviluppo” (C. Macrì e B. Zoli, 2011)